Mese: febbraio 2018

I primi venerdì del mese

C’era una volta, appunti settimanali Come i primi venerdì degli altri mesi, anche il primo venerdì di dicembre, noi bambini  andavamo a messa presto, alle sette di mattina, prima di andare a scuola. Si preparava la cartella, ci mettevamo i cappotti e la sciarpa e si partiva in bicicletta. Quando era freddo, il vapore del nostro respiro si ghiacciava e nella sciarpa si formavano grumi di ghiaccio. Durante l’inverno, la messa si celebrava nei sotterranei della chiesa perché era il locale un po’ riscaldato. Dopo la messa si andava in piazza, dal panificio Lorenzato per comperare un panino con la cioccolata, che costava trenta lire. Si andava poi a mangiarlo nel cortile della scuola, nell’attesa di entrare in classe. Dieci giorni prima del natale, per le strade e per le case, i bambini passavano a cantar la stela, l’annuncio di una gioiosa e discreta attesa. Si fermavano davanti alla porta e cantavano: tu scendi dalle stelle… Quasi tutti davano la mancia: cinque o dieci lire. I parenti, i santoli invece erano più generosi. Anche il primo dell’anno era un giorno tanto atteso. Si, perché di mattina presto, pieni di sonno, si andava in giro per le case per augurare: buon principio dell’anno. A mezzogiorno si tornava a casa con nelle tasche tante monete. Molti bambini frequentavano la parrocchia e le funzioni religiose. Alla domenica c’era la messa del fanciullo....

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La mia Cartiera

La mia cartiera La mia cartiera ha i mattoni rossi e i sassi bianchi dell’Astico. Ha gli enormi balconi scuri degli stenditoi. Il muro rosa scrostato. Ha la campanella che suona. Il capitello di san Gaetano con un mazzo di margherite. Ha la profonda buca bianca della calce. Ha i mucchi di carta, di libri o giornali fra cui curiosare. Le molasse che macinano nella penombra. Le cinghie delle trasmissioni che dondolano e girano. Ha la barca sulla roggia Molina. La confusione delle cose accatastate. Il labio e la cana in corte. Il cappello di paglia degli operai che lavorano. Ha la carta gialla con cui si incartano le verdure o la carta dal macellaio. La cartiera ha il viso di Severino, di Giuseppe,di Angelo, di Iseo.Ha il viso dei vecchi della cartiera, di Mansueto, di Pacifico, di Isetta e del nonno Giuseppe. Tutti questi ricordi si sono depositati dentro. Segnano il luogo. Si. la cartiera è come la casa, la strada, la chiesa, la piazza del paese: si riconoscono come luoghi della propria memoria e della propria storia. Per le persone di Dueville la cartiera non rappresenta solo un pezzo di archeologia industriale. Evoca persone e cose passate. Dentro la cartiera si respira il sudore, il sacrificio e lo spirito di tutte le persone che vi hanno lavorato. Mostriamo ai nostri figli, ai bambini, ai ragazzi come si...

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Le scuole di via IV novembre

Le scuole di via IV novembre Il 4 agosto 1911, il consiglio comunale di Dueville giunse ad una definitiva decisione per dare al paese, che ormai contava più di 6 mila abitanti, un fabbricato che riuscisse “ bello e grandioso e fornito di tutte quelle comodità oggidì richieste, dove venisse impartita l’educazione della mente e del cuore, dove il fanciullo avrebbe imparato ad essere integerrimo cittadino, utile alla famiglia, alla patria e alla società”. Si acquistò il terreno che dalla ghiacciaia comunale si protendeva verso via Belvedere, per ottenere lo spazio necessario anche per una palestra e per i cortili di ricreazione degli alunni. Il progetto fu affidato all’ingegnere Zuccato di Thiene e si contrasse un prestito di lire 129 mila lire estinguibile in 50 anni, senza interessi. Nel dicembre dello stesso anno si deliberò di far eseguire subito i lavori del fabbricato, per lo stato indecoroso e poco igienico delle scuole sistemate in quattro stanze diverse. Si decise di affidare l’appalto ad una ditta di Dueville, per favorire la classe operaia e le industrie locali. La ditta Tagliaferro e Poncato di Dueville, fu incaricata per l’esecuzione dei lavori, dando in questo modo, occupazione per tutto l’inverno ad una cinquantina di operi del posto. L’edificio fui terminato nell’ottobre del 1915, pur con le difficoltà della guerra. La spesa effettiva fu di 134 mila lire. Nel 1916 nella nuova scuola...

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La mia cucina

La mia cucina Fresca e ombrosa d’estate, fredda d’inverno, spoglia e disadorna, era la cucina di mio nonno. Pavimento in mattoni, soffitto con le travi di legno, aveva un grande camino sovrastato dalla napa. Al centro c’era un tavolo di legno e delle sedie impagliate, in una parete il casson della farina e una semplice credenza con pochi piatti e bicchieri. Il secchiaio, senza acqua corrente era di pietra. Sopra il secchiaio erano appesi i secchi di rame che contenevano l’acqua. Al centro del soffitto pendeva una lampadina che si accendeva con parsimonia. La cucina di mio nonno era come quella di suo padre, escluso la presenza della lampadina. Quella cucina, con pochi cambiamenti,  era rimasta inalterata per centinaia di anni Agli inizi degli anni Sessanta, come molti abitanti di Dueville, i miei genitori si sono costruiti un pezzo di casa. Lavoravano alla Lanerossi e facevano i turni. Nel tempo rimasto coltivavano un po’ di terra. Avevano una stalla con due mucche, il maiale, le galline e l’orto. Una volta con tre o quattro campi, una famiglia poteva vivere. Nella cucina della casa nuova non c’era più il focolare, ma la stufa chiamata anche stùa o  cusina economica. Era di solito in ferro o ghisa, con l’esterno smaltato.   Accendere la stufa era la prima operazione della donna quando si alzava.  Sopra la piastra della stufa si poteva cucinare e...

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C’era una volta in via Roi

C’era una volta in via Roi Una volta via Roi era una via piena di vita. C’era il capitello. A maggio tutte le sere si recitava il fioretto. C’era sempre tanta gente, anche in mezzo alla strada. Di macchine ne passavano veramente poche. All’8 settembre poi,  c’era una grande festa. Al pomeriggio si celebrava la messa e poi si festeggiava o nel cortile da Aver o da Careghe. Una volta da Aver sono venute anche le giostre. A giugno, nel cortile di Aver veniva anche la mietitrebbia, una grande e lunga macchina che restava lì anche per una settimana. I contadini  tagliavano a mano il frumento con la séSola, facevano le faje, le legavano con le strope, le caricavano nei carri e andavo a trebbiare da Aver. Ritornavano a casa con le bale di paglia e con i sacchi di frumento. C’erano due osterie, per un certo periodo addirittura tre: Careghe, Aver e l’Enal di Gemma Minchio. Alla domenica andavamo a vedere la televisione dei ragazzi: Rin Tin Tin o Lessie. Non si pagava il biglietto, ma bisognava consumare almeno un bicchiere di spuma. Andare a fare la spesa era un compito dei bambini. Scanio Carettiero  e la Botegheta Lionzo erano i due negozi alimentari. Ogni giorno si faceva la spesa perché in casa non c’erano frigoriferi per conservare i cibi. Ogni giorno si segnava la spesa nel libretto....

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