Autore: dueville

Democrazia diretta

Democrazia diretta: partecipare per decidere Quando certe idee sono diffuse, ma sono sopite, basta poco per risvegliarle e rinascere. Fino a cento anni fa, non c’erano le amministrazioni comunali, ma le comunità. Le comunità si regolavano con la partecipazione nelle decisioni di tutti i capifamiglia. Era una democrazia diretta che per secoli ha regolato la vita delle comunità della Repubblica Veneta e gran parte dell’Italia. Si redigevano gli statuti e c’erano i vari organismi che controllavano che le regole venissero rispettate. Le riunioni si tenevano nelle piazze o nella casa del comune. Ogni capo famiglia poteva votare ed un notaio, scriveva il verbale della riunione. In alcuni archivi dei comuni si possono ancora trovare gli statuti e gli atti notarili delle riunioni della comunità. Non dimentichiamo la nostra storia. Immagino la fila delle persone della mia famiglia: io, mio padre, mio nonno, mio bisnonno. Tre generazioni per secolo. Una trentina di persone per arrivare al medioevo. Solo due, mio padre ed io, hanno conosciuto la democrazia rappresentativa. Gli altri vivevano in comunità regolate dalla democrazia diretta. La democrazia rappresentativa in Italia è una organizzazione sociale simile al feudalesimo con un sistema gerarchico piramidale che dipende non dal sovrano, ma da chi detiene una parte del potere, come i partiti. Con il voto incarichiamo qualcuno ad amministrare i beni comuni e pubblici. Di fatto deleghiamo e non abbiamo più la...

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I primi venerdì del mese

C’era una volta, appunti settimanali Come i primi venerdì degli altri mesi, anche il primo venerdì di dicembre, noi bambini  andavamo a messa presto, alle sette di mattina, prima di andare a scuola. Si preparava la cartella, ci mettevamo i cappotti e la sciarpa e si partiva in bicicletta. Quando era freddo, il vapore del nostro respiro si ghiacciava e nella sciarpa si formavano grumi di ghiaccio. Durante l’inverno, la messa si celebrava nei sotterranei della chiesa perché era il locale un po’ riscaldato. Dopo la messa si andava in piazza, dal panificio Lorenzato per comperare un panino con la cioccolata, che costava trenta lire. Si andava poi a mangiarlo nel cortile della scuola, nell’attesa di entrare in classe. Dieci giorni prima del natale, per le strade e per le case, i bambini passavano a cantar la stela, l’annuncio di una gioiosa e discreta attesa. Si fermavano davanti alla porta e cantavano: tu scendi dalle stelle… Quasi tutti davano la mancia: cinque o dieci lire. I parenti, i santoli invece erano più generosi. Anche il primo dell’anno era un giorno tanto atteso. Si, perché di mattina presto, pieni di sonno, si andava in giro per le case per augurare: buon principio dell’anno. A mezzogiorno si tornava a casa con nelle tasche tante monete. Molti bambini frequentavano la parrocchia e le funzioni religiose. Alla domenica c’era la messa del fanciullo....

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La mia Cartiera

La mia cartiera La mia cartiera ha i mattoni rossi e i sassi bianchi dell’Astico. Ha gli enormi balconi scuri degli stenditoi. Il muro rosa scrostato. Ha la campanella che suona. Il capitello di san Gaetano con un mazzo di margherite. Ha la profonda buca bianca della calce. Ha i mucchi di carta, di libri o giornali fra cui curiosare. Le molasse che macinano nella penombra. Le cinghie delle trasmissioni che dondolano e girano. Ha la barca sulla roggia Molina. La confusione delle cose accatastate. Il labio e la cana in corte. Il cappello di paglia degli operai che lavorano. Ha la carta gialla con cui si incartano le verdure o la carta dal macellaio. La cartiera ha il viso di Severino, di Giuseppe,di Angelo, di Iseo.Ha il viso dei vecchi della cartiera, di Mansueto, di Pacifico, di Isetta e del nonno Giuseppe. Tutti questi ricordi si sono depositati dentro. Segnano il luogo. Si. la cartiera è come la casa, la strada, la chiesa, la piazza del paese: si riconoscono come luoghi della propria memoria e della propria storia. Per le persone di Dueville la cartiera non rappresenta solo un pezzo di archeologia industriale. Evoca persone e cose passate. Dentro la cartiera si respira il sudore, il sacrificio e lo spirito di tutte le persone che vi hanno lavorato. Mostriamo ai nostri figli, ai bambini, ai ragazzi come si...

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Le scuole di via IV novembre

Le scuole di via IV novembre Il 4 agosto 1911, il consiglio comunale di Dueville giunse ad una definitiva decisione per dare al paese, che ormai contava più di 6 mila abitanti, un fabbricato che riuscisse “ bello e grandioso e fornito di tutte quelle comodità oggidì richieste, dove venisse impartita l’educazione della mente e del cuore, dove il fanciullo avrebbe imparato ad essere integerrimo cittadino, utile alla famiglia, alla patria e alla società”. Si acquistò il terreno che dalla ghiacciaia comunale si protendeva verso via Belvedere, per ottenere lo spazio necessario anche per una palestra e per i cortili di ricreazione degli alunni. Il progetto fu affidato all’ingegnere Zuccato di Thiene e si contrasse un prestito di lire 129 mila lire estinguibile in 50 anni, senza interessi. Nel dicembre dello stesso anno si deliberò di far eseguire subito i lavori del fabbricato, per lo stato indecoroso e poco igienico delle scuole sistemate in quattro stanze diverse. Si decise di affidare l’appalto ad una ditta di Dueville, per favorire la classe operaia e le industrie locali. La ditta Tagliaferro e Poncato di Dueville, fu incaricata per l’esecuzione dei lavori, dando in questo modo, occupazione per tutto l’inverno ad una cinquantina di operi del posto. L’edificio fui terminato nell’ottobre del 1915, pur con le difficoltà della guerra. La spesa effettiva fu di 134 mila lire. Nel 1916 nella nuova scuola...

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La mia cucina

La mia cucina Fresca e ombrosa d’estate, fredda d’inverno, spoglia e disadorna, era la cucina di mio nonno. Pavimento in mattoni, soffitto con le travi di legno, aveva un grande camino sovrastato dalla napa. Al centro c’era un tavolo di legno e delle sedie impagliate, in una parete il casson della farina e una semplice credenza con pochi piatti e bicchieri. Il secchiaio, senza acqua corrente era di pietra. Sopra il secchiaio erano appesi i secchi di rame che contenevano l’acqua. Al centro del soffitto pendeva una lampadina che si accendeva con parsimonia. La cucina di mio nonno era come quella di suo padre, escluso la presenza della lampadina. Quella cucina, con pochi cambiamenti,  era rimasta inalterata per centinaia di anni Agli inizi degli anni Sessanta, come molti abitanti di Dueville, i miei genitori si sono costruiti un pezzo di casa. Lavoravano alla Lanerossi e facevano i turni. Nel tempo rimasto coltivavano un po’ di terra. Avevano una stalla con due mucche, il maiale, le galline e l’orto. Una volta con tre o quattro campi, una famiglia poteva vivere. Nella cucina della casa nuova non c’era più il focolare, ma la stufa chiamata anche stùa o  cusina economica. Era di solito in ferro o ghisa, con l’esterno smaltato.   Accendere la stufa era la prima operazione della donna quando si alzava.  Sopra la piastra della stufa si poteva cucinare e...

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