La cartiera di Dueville

Dalla carta alla paglia

La paglia
La paglia proveniva da Ferrara, Rovigo e zone limitrofe. Veniva trasportata in cartiera con i carri tirati da asini e muli. All’esterno della cartiera c’erano le sc-ione dove si attaccavano gli animali. Si scaricava di notte. Alla mattina si metteva la paja nel deposito.
Il ciclo produttivo cominciava con la trinciatura, mediante una macchina chiamata trinciapaglia. Con un coltello rotante si riducevano gli steli della paja in segmenti di due – tre centimetri.

2 I pussi
La paja trinciata si portava, con il careton, nei pussì, vasche di 10x12 metri. Erano buche scavate nel terreno, con le pareti rivestite da mattoni. Alla paja trinciata veniva aggiunta la calsina e acqua. La calsina arrivava dalle fornaci di Montecchio Precalcino, ancora in sassi. Si faceva bollire nella cassa.
Il giorno dopo, si mescolava paja, calce ed acqua con i rampini. Si girava e si immergeva nell’acqua la paja che era in alto. Si continuava girar la paja per quattro – cinque giorni. La calce si aggiungeva nei primi due o tre giorni. Era circa l’un per cento. Si lasciava maserare per venti – venticinque giorni, secondo del tipo di paja e della stagione.
Con le forche si toglieva la paja macerata dalle buche e si facevano dei muci. Si portava dentro la cartiera con il careteo dele mole,

Dentro le mole
La paja si lavava e si macinava. Si impiegava circa un’ora per macinare la paja. C’era la mola dormiente su cui ruotava la mola, che girava triturando finemente la paja. La mola era mossa, con un sistema di trasmissioni, dall’acqua della roggia Molina.
3 Cilindro olandese
La pasta così ottenuta si pompava nel cilindro olandese per la raffinazione. Si rompevano cioè le fibbre che non erano state spezzate nella mola. Questa operazione integrava e completava l’azione della molazza. Le fibre costituenti lo stelo di paglia, venivano completamente disgregate. L’impasto così ottenuto, veniva mantenuto in una sospensione acquosa ed omogenea.
5 Tina dea machina
Tramite un foro nel cilindro olandese, con una canaletta, la pasta raggiungeva la tina dea machina, che mescolava la pasta. Alla pasta si aggiungeva ancora dell’acqua. La macchina denaide, una ruota con le tasse, girando dentro la tina della machina, versava la pasta diluita nel seciaro, composto da rabaltee di legno che regolavano la composizione della pasta per la fabbricazione di tipi diversi di carta.

6 Sabiere
La pasta così diluita scorreva dal seciaro al sabiere. La pasta nel sabiere veniva ancora depurata e decantata, facendo depositare sabbia o altre impurità pesanti che si depositavano sul fondo del sabiere. La pasta veniva rallentata dal rastreo, una ruota con delle palette alle estremità.

7 Tamburo creatore
Successivamente la pasta passava nella cassa del tamburo, dove si formava il foglio. La macchina continua fu allestita nel 1888. Era un grosso cilindro di ferro, rivestito di panno di feltro. La pasta si attaccava al panno e veniva pressata passando attraverso un due rulli che giravano. La pasta si trasformava in un lungo nastro di carta. La carta ancora umida veniva tagliata e la macchina depositava i fogli su una panca di legno. Quando i fogli formavano una mazzetta di sette- otto centimetri, con una cortea (un lungo coltello), si tagliavano a mano, nel formato richiesto.

8 Tendaori
I fogli ancora umidi venivano portati a spalla nei tendaori al piano superiore della cartiera. E appesi agli spaghi per l’asciugatura finale. Per asciugarsi erano necessari dai sei ai dieci giorni, a secondo delle stagioni.

9 Il maglio
Le donne raddrizzavano gli angoli dei fogli della carta asciugata. I fogli radunati in mazzette, venivano portati al maglio. Una donna, posta in una buca, metteva sotto al maglio le mazzette di fogli che venivano lisciati e ben distesi.

10 Lissaro
I fogli battuti e lisciati venivano portati nel lissaro, un locale della cartiera che costituiva l’ultima fase della lavorazione della carta paja. I fogli venivano controllati, lisciati e raddrizzati a mano, imballati e preparati per la consegna.